Vetrina

Paul Burggraf

di Simon Majek

«Ciao, sono Paul Burggraf, ho 28 anni e faccio scarpe in Africa». Esordisce così questo giovane imprenditore ticinese, che ha fatto della sua passione per l'artigianato il suo lavoro.
Nato a Stoccarda il 7 agosto 1986 da genitori tedeschi, che per amore e per una scelta di vita hanno deciso di traslocare a Lugano, ha frequentato le scuole dell'obbligo al Bertaccio e a Besso, mentre il liceo è stato quello economico in centro città. Con in mano la maturità, nel 2006 si è concesso un anno sabbatico durante il quale ha effettuato il suo primo viaggio di 6 mesi in Africa. È stato amore a prima vista.
«L'Africa per me significa vastità, distese infinite, dove non c'è nulla, un benzinaio ogni tot e basta. Mi piace la gente, il territorio e le opportunità che ci sono»
. Namibia, Botswana, Mozambico, Zimbawe... ma soprattutto Sud Africa. «La prima volta sono andato a trovare un caro amico del Franklin College, ma poi ci sarei tornato ogni anno per pura passione». Al suo ritorno affronta il mondo accademico e studia diritto all'Università di Lucerna, ma capisce ben presto che non è la sua strada. «Non sono mai stato un bravo studente. Ammiro chi studia ma al giorno d'oggi tanti vogliono solo un pezzo di carta che permetta loro di guadagnare più degli altri».
In perfetto stile «learning by doing», nel 2009 Paul interrompe gli studi e cambia improvvisamente rotta per dedicarsi al lavoro di carpentiere e falegname. «Ho sempre voluto lavorare con il legno, da piccolo desideravo fare il liutaio, ma i miei genitori mi hanno spinto a fare il liceo e così ho dovuto mettere da parte il sogno». Dopo due anni di lavoro nasce però la voglia e la necessità di mettersi in proprio, ma senza diploma in Svizzera non è cosa facile. L'Africa invece, anche conosciuta come il continente dalle mille opportunità, è il posto giusto per un giovanotto motivato e intraprendente. «Ho incontrato Arnold durante uno dei miei primi viaggi nel 2007» spiega Paul, quando, infilandosi in un mercatino di Città del Capo, aveva conosciuto questo calzolaio munito di una piccola macchina da cucire. «La sua attività mi ha subito affascinato e i suoi prodotti mi piacevano tantissimo; così ogni anno quando passavo da lui gli compravo delle scarpe in pelle o degli stivaletti». È stato l'inizio di una lunga amicizia, e quando Paul si è deciso a mettersi in proprio e cominciare un nuovo progetto, non ha avuto dubbi e ha subito pensato ad Arnold, che oggi è il suo socio di riferimento in Sud Africa. Nasce così, nel 2012, la African Handmade Shoes, che all'inizio produce essenzialmente scarpe in pelle, per l'appunto fatte a mano, in Sud Africa e poi vendute via internet in tutto il mondo.

Il successo è immediato, ma alcuni problemi logistici obbligano la ditta a cambiare l'offerta. La produzione per lavorare la pelle era troppo costosa, così come la spedizione, a causa dell'ingombro rappresentato dalle scarpe, per non parlare dei ritorni, ormai frequentissimi quando si vende un prodotto online. Paul si è arreso all'evidenza: «Per una piccola impresa come la nostra, era semplicemente fuori budget». Ecco allora spuntare l'idea che ha rilanciato con il piede giusto l'azienda: «Espadrillas! Calzano bene da subito, sono leggere e si spediscono come una lettera!». Inoltre, grazie all'impiego di stoffe colorate tradizionali, le espadrillas veicolano anche quell'African Touch che oggi va tanto di moda.
Sull'onda dell'incredibile «hipe » che sta vivendo questo particolare tipo di calzatura, Paul non ha più un momento libero e gli affari vanno a gonfie vele. Ma com'è la vita di un «self made man»? «Tutto ruota attorno alle espadrillas: interviste da fare, foto shooting, marketing, pianificazione delle strategie. La mia vita sono le scarpe, ma mi piace e spero di poterla fare ancora per qualche anno, il tempo necessario per raggiungere una notorietà internazionale importante». Da ormai 3 anni Paul vive sempre d'estate, visto che nel nostro inverno la produzione di espadrillas in Sud Africa tocca il suo apice, e lui non manca mai. Attento alle problematiche legate alla globalizzazione, Paul pone l'accento sull'importanza del commercio sostenibile e garantisce una buona remunerazione, ottime condizioni di lavoro, rispettando i diritti dei lavoratori.
Quello che sembra ovvio per noi, nel selvaggio west di un paese post-apartheid, nel quale manca un governo efficiente in grado di controllare il rispetto delle leggi, non lo è affatto. Ma la vita è un dare per avere e grandi soddisfazioni fanno rima con grandi privazioni: «È l'amore a soffrirne di più!». Nella sua vita c'è Maria, assistente di volo e socia della ditta. I due devono fare salti mortali per vedersi. «Certo non è facile, ma ci sono delle priorità e adesso è così». Proprio in questi mesi un colosso mondiale della vendita di prodotti online si è interessato alla piccola ditta ticinese, il che significa nuove opportunità ma anche più impegni e sacrifici per lui, che si definisce sia capo che schiavo di sé stesso. Alla fine però Paul ci dà l'impressione di una persona soddisfatta e profondamente innamorata della vita e così ci lascia con un bellissimo «sono una persona felice, mi sveglio felice e vado a letto felice». Vostro onore, non ritengo opportuno porre altre domande!

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