Antichi ricordi

Gobbi, tre generazioni di macellai in via Al Forte

Davanti all’ingresso della macelleria Zenone-Gobbi, la signora Ines e il marito Rinaldo Zenone (al centro) posano insieme a tre garzoni.

L'attività in via Al Forte a Lugano è stata interrotta nel 1983, quando il palazzo appartenuto alla famiglia Gobbi è stato ceduto. C'è ancora, completamente ristrutturato, e al pianterreno ospita un'enoteca. La macelleria a quel tempo era condotta da Giuseppe Fani, costretto ad abbandonare il proprio negozio lungo la scalinata Chiattone per consentire l'ampliamento dell'Innovazione, oggi Manor. In precedenza, però, la macelleria di via Al Forte è stata gestita per almeno tre generazioni dalla famiglia Gobbi: Giuseppe (nato nel 1847 e morto nel 1908), il figlio Creso (1876-1931) e infine Rinaldo Zenone con la moglie Ines, figlia di Creso. Non si esclude – tuttavia – che prima di Giuseppe in bottega ci fossero altri antenati della famiglia Gobbi. Di questa bella pagina di storia luganese ci parla Creso Zenone (figlio di Rinaldo) con la moglie Elena. La macelleria era un tipico negozio a conduzione famigliare, come del resto gli altri in attività nel quartiere: la salumeria Locatelli, la panetteria Belvedere, l'elettricista Dozio, «Al Bianco» (commercio di arredamento per la cucina gestito da un Cattaneo), Luzzani pitture (poi trasferitosi in via Peri), il fruttivendolo Bernasconi, il parrucchiere Croci. Una ditta specializzata nella vendita di macchine per cucine (Pianezzi, padre e figlio) custodiva nei propri locali una scimmia, cosa che naturalmente suscitava ammirazione tra la gente, specie tra i bambini. Altra presenza significativa, la ditta Galli gazzose: a condurla era Arnoldo Ortelli, giocatore del Football club Lugano. Accanto alla macelleria Gobbi c'era il popolare bar Rico, di fronte l'intramontabile Pedrinis, gestito all'epoca (siamo attorno agli anni '40 e '50) da Basilio. Via Al Forte e dintorni era dunque un crocevia piuttosto animato. «Il laboratorio – ricorda Creso Zenone – a mezzogiorno si trasformava in tinello. Stesa la tovaglia sul robusto tavolo in cui i garzoni squartavano e disossavano, e apparecchiato, si pranzava tutti assieme: «I mei genitori, i tre figli, la nonna Maria e i garzoni». Una bella tavolata alla quale, a volte, si univano ospiti che Rinaldo incontrava all'ora del bianchino presso al bar Rico. «Quando mio padre entrava in bottega, chiudendosi la porta alle spalle, ci si alzava tutti e il pranzo cominciava solo quando lui si era accomodato. Si usava così».

Erano altri tempi. Basti pensare che nel retrobottega della macelleria si allevavano polli e conigli. La roggia, che anticamente alimentava numerose attività artigianali della città, al Forte per un tratto scorreva a cielo aperto, per la gioia del bambini. Ricercatissime a quel tempo erano le palle di toro, merce rara e contesa dai garzoni, mandati dai titolari delle macellerie a caccia di questi gioielli quando correva voce che un toro era stato abbattuto. Le luganighe – ricorda Creso – venivano preparate una volta la settimana. «Per noi bambini era una manna. Con mia sorella attingevamo a piene mani dalla marna, il mastello di legno per l'impasto e la speziatura, che inserivamo nelle michette comprate nella vicina panetteria Belvedere. Quando l'anziana proprietaria ci vedeva arrivare, sapeva già che era in corso la preparazione delle luganighe». A questi tradizionali e gustosi insaccati ci riporta un altro aneddoto: «Finito di preparare l'impasto, mio padre Rinaldo si accorse che non aveva più la fede al dito. A chi comprava le luganighe, si raccomandava di prestare attenzione e se avesse trovato l'anello nuziale di consegnarlo. Con grande sorpresa, del tutto casualmente, se lo trovò sua moglie Ines nella propria salsiccia...». È una bella storia la loro. Nato e cresciuto in valle Onsernone, Rinaldo aveva imparato il mestiere di salumiere. Il padre Primo voleva aprirgli una bottega a Locarno quindi lo spedì a Lugano dall'amico Creso per farsi le ossa. Ci pensò Cupido a buttare le carte all'aria: conobbe la figlia del macellaio, Ines, se ne innamorò e con lei rimase in via Al Forte. Grazie a Creso e alla moglie Elena per questa appassionante lezione di storia locale.

i.p.

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