Emozioni in bianconero

Tra il caffè della Posta e Cornaredo

di Roberto Guidi

Il locale in via degli Albrizzi e l'alzabandiera; il padre dirigente e la madre segretaria; le vittorie in coppa svizzera e le partite sul divano; Prosperi, Maurer, Ettmayer e… il Nano. Viaggio nel mondo bianconero di Bigio Biaggi.

Parlare di tifo è riduttivo. In realtà è una malattia. «Fino a un paio d'anni fa, a Cornaredo ho mancato davvero pochissime partite. Adesso che l'età avanza sono diventato più pigro e a volte il mio Lugano me lo guardo a casa, sul divano davanti alla tivù». Quel «mio» è, per estensione, dell'intera famiglia Biaggi: il nonno Giuseppe è stato dirigente e in tale veste ha vinto la coppa svizzera nel 1931; il papà Arnoldo è stato a sua volta dirigente e in bacheca ha la coppa del '68; Bigio è stato pure ai vertici del club «ma non ho trofei nel mio palmarès…». Indipendentemente delle cariche e dai successi, per il nostro interlocutore quella bianconera è una passione senza limiti che nasce in tenera età.


In attesa di una telefonata

La società bianconera è stata fondata nel 1908 alla Birreria della Posta in piazza Dante, locale pubblico ripreso da Arnoldo (Noldo) Biaggi, che nel '54 trasloca in via degli Albrizzi, rinominandolo Caffé della Posta. Bigio diventa grande lì. Un luogo veramente mitico e non a caso protagonista di una delle storie del libro «110 - Le emozioni 1908-2018». «Quello era il cuore dell'Fcl. Si respirava calcio a tutte le ore, era il ritrovo privilegiato dei tifosi, passavano i giocatori, i dirigenti erano di casa, visto che la sede ufficiale distava pochi passi. Il mercato si faceva ai tavolini del bar e gli acquisti si scrivevano su una lavagna in modo da informare gli appassionati. Ne sono successe di cotte e di crude e io ho avuto il privilegio di viverle in prima persona».
Alcuni ricordi si fanno nitidi: «Il numero di telefono era 2.48.51. In occasione delle trasferte, un accompagnatore della squadra chiamava a intervalli regolari per aggiornare il risultato. All'epoca non sempre c'erano le radiocronache e spesso erano limitate al secondo tempo». E poi: «Aiutavo al bancone facendo caffé e gelati, servivo ai tavoli. L'internet di allora era la bandiera sul pennone fuori dal bar: non tutti avevano l'autoradio, e per sapere se il Lugano aveva vinto passavano appositamente a guardare la posizione dello stendardo. L'alzabandiera ero io».
Non solo Caffé della Posta, ma anche segretariato del Football club Lugano. «Negli anni sessanta mia mamma era stata chiamata a collaborare, soprattutto nell'immediata vigilia delle partite, perché la prevendita andava forte. Ho saltato qualche mezza giornata di scuola per darle una mano. È passato diverso tempo, è andato in prescrizione e dunque posso dirlo: abbiamo venduto alcuni biglietti sottobanco per risparmiare qualche franco di tasse...».


Colotti e Albertini

Dirigente, tifoso e giocatore. «Sì, fino agli allievi B. Ala sinistra, ma ero poca roba. Avevo un allenato- re bravo: Bruno Tettamanti, ex mediano della prima squadra negli anni cinquanta. Mio padre, appas- sionato di calcio come pochi, non è mai venuto a vedere una partita. Anzi, una volta sì, perché giocavamo prima di un match di coppa svizzera, e a lui interessava la coppa. Come è arrivato mi sono infortunato e ho dovuto uscire...».
A Cornaredo, inizialmente si recava proprio con il padre. «Una carovana d'auto partiva dal Caffé della Posta, immancabile ritrovo prepartita. Allo stadio si andava con largo anticipo perché allora l'incontro della prima squadra era preceduto da quello delle riserve, che ovviamente non ci perdavamo. Avevamo il posto vicino alle cabine dei radio e telecronisti, Giuseppe Albertini e Tiziano Colotti. Poi, diventato finanziariamente indipendente, ho sempre preso lo stesso posto nella tribuna principale. Però inizio a perdere un po' la poesia. Negli ultimi due anni qualche partita l'ho saltata per scelta e mi sono spaventato... In passato non l'avrei mai fatto! Ci vedo meno bene, preferisco la tele; a volte faccio fatica a riconoscere i giocatori: troppi via-vai, difficile identificarsi. Se a questo ci aggiungiamo che a me piace seguire il match in silenzio, e dunque mi danno molto fastidio quelli che parlano sempre e ancor più i polemici seriali, il quadro è completo».


La coppa svizzera del 1968 è a tinte bianconere.

Da Malfanti a Renzetti

Il meglio di... La partita che ricorda con più piacere? «Le due finali di coppa svizzera vinte. Anzitutto quella del '68. Bella squadra, tutti ticinesi e uno straniero. E che festa a Lugano! Ho ancora negli occhi il corteo che scende dalla stazione verso il centro con Coduri e Maurer che reggono il trofeo tra due ali di folla in delirio. E poi quella del '93 con Karl Engel in panchina». Il giocatore più forte? «Troppo facile dire Otto Luttrop, e infatti non lo dico. A me sono piaciuti di più altri, a cominciare da Hans "Buffy" Ettmayer, un austriaco che restò qui solo nella stagione 1977-78: classe strepitosa, classico numero 10. Un po' sovrappeso e forse mi piaceva anche per questo. Grande tecnica l'ha messa in mostra pure Renzo Rovatti, ex Inter arrivato sul finire degli anni sessanta. Non posso ovviamente dimenticare il portiere Mario Prosperi, il numero 1 e non solo sulla maglia. Però devo dire che, anche se la prima squadra l'ha solo sfiorata, io a Nano Bignasca ho visto fare cose pazzesche...». E l'allenatore che ricorda con maggior piacere? «Non potrei mai essere un buon dirigente perché mi affeziono troppo a giocatori e allenatori e non manderei via nessuno. Dovendo rispondere cito Louis Maurer; ci ha fatti appassionare, ci ha portato in alto, alla vittoria. Era un cliente abituale del Caffé della Posta, che aveva ribattezzato "l'Académie"». E i presidenti? «Per lo stesso motivo di Maurer, direi Cecchino Malfanti. Nel Lugano di oggi, in cui, come già detto, uno dei difetti è la mancanza di identificazione, la figura di spicco – nel bene e nel male – è il presidente Angelo Renzetti. Se festeggiamo i 110 anni in serie A gran parte del merito è suo».


La gioia di capitan Colombo e di Walker al momento della consegna della coppa svizzera vinta nel 1993.

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