In una giornata d’inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, un po’ di tè. Rifiutai dapprima, e poi, non so perché, mutai d’avviso. Ella mandò a prendere uno di quei biscotti pienotti e corti chiamati Petites Madeleines, che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata d’una conchiglia di San Giacomo. Ed ecco, macchinalmente oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione d’un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzetto di Madeleine. Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di biscotto toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M’aveva subito reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria. Non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale». Beh, forse il riferimento è un po’ eccessivo, ma anche nella nostra casa c’è una ricetta che sa di buono, di dolce, di familiare, di merende con la nonna. E proprio con questa ricetta ricordiamo la nonna che non c’è più e che faceva per noi la frittura di latte. Gli ingredienti sono semplici: latte, semolino, zucchero, burro e uova. Se ne ricava una crema solida, una specie di polentina che, una volta raffreddata, si taglia a losanghe e si soffrigge in padella; si cosparge poi di zucchero e si gusta tenera e calda. Per questo è preferibile consumarla nel periodo invernale o nelle giornate uggiose per una merenda o una cena scaldacuore.
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